Mary Shelley

2017 | 120 x 100 cm | Zinc, acid, acrilic and resin (acido muriatico, acido solforico, acrilico, resina su lastra di zinco)
Tracce delle esperienze nella vita di Mary Shelley

 

Figlia della filosofa Mary Wollstonecraft antesignana del femminismo, e del filosofo e politico William Godwin. La madre morì dieci giorni dopo averla messa al mondo, Mary crebbe col padre William Godwin di idee anarchico-comuniste. Godwin fornì a Mary un’educazione ricca e informale, incoraggiandola ad aderire alle sue idee politiche. Nel 1814 Mary si innamorò di uno dei discepoli di Godwin, Percy Bysshe Shelley, con il quale fuggì in Francia e dopo aver attraversato insieme l’Europa dovette rientrare in Inghilterra per mancanza di denaro. Mary e Percy si sposarono nel 1816, dopo il suicidio della moglie di lui.

Nel 1816 la coppia trascorse un’estate con Lord Byron nei pressi di Ginevra in Svizzera, in quel posto Mary ebbe l’ispirazione per la stesura del suo romanzo Frankenstein. Nel 1818 lasciarono l’Inghilterra per l’Italia, dove morirono la seconda e il terzo figlio, e dove nacque Percy Florence, l’unico a sopravvivere ai genitori. Nel 1822 suo marito annegò, un anno dopo Mary ritornò in Inghilterra dove si dedicò totalmente alla carriera di scrittrice, scriverà per lo più versi di disperazione e di ricordi laceranti.

Mary rimase una radicale per tutta la sua vita, le sue opere sostengono spesso gli ideali di cooperazione e di comprensione come strade per riformare la società civile. La sua vita è stata segnata dalla morte di tante persone care, da scandali, da difficoltà economiche e amori respinti, morirà a Londra a 54 anni nel 1851 di un tumore al cervello, dopo aver condotto una serena vecchiaia in compagnia dell’unico figlio rimastole.

«Mary Shelley è nata ed è vissuta nel sangue, e se è possibile usare una metafora squisitamente romantica, ha scritto con il sangue. Non il flusso vitale e furioso della vita, ma piuttosto un rivolo scuro, raggrumato, il rivolo che scivola via dal corpo e che conduce verso la morte ». (Patrizia Carrano, Le scandalose, 2003)